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Martedì 23 giugno è stata inaugurata presso il CITeS (Ávila) la mostra “Juan de la Cruz, el minimalismo místico”, un’iniziativa semplice e al tempo stesso audace, in cui, attraverso diverse forme di espressione artistica e tecniche audiovisive, si ripercorre l’opera essenziale del santo carmelitano.

Di carattere eminentemente didattico, la mostra è visitabile nei corridoi del CITeS e si inserisce nell’attività quotidiana di questa Università della Mistica. Durante la presentazione, il carmelitano Juan Antonio Marcos ha sottolineato l’impegno profuso nell’offrire diverse prospettive ed esperienze, da un biopic iniziale alla proposta contemplativa finale. «Questo non è un viaggio per i turisti del senso», ha affermato, «ma per i pellegrini dell’anima». Il viaggio, ha sottolineato, termina nell’amore, per questo la mostra si conclude con l’immagine della Vergine della Tenerezza.

Le opere esposte provengono da diverse fonti: alcune fanno parte del patrimonio proprio del CITeS, ma sono stati raccolti anche oli e disegni di Luciano Díaz-Castilla, ispirati all’universo poetico e simbolico di San Juan de la Cruz, e la collezione di collage di Mª Ángeles Merín, in cui l’artista interpreta in modo originale e suggestivo poesie del santo di Fontiveros con il titolo «Fragmentos del alma» (Frammenti dell’anima).

I collage

María Ángeles Merín, membro dell’IT, artista con una ricca produzione di opere plastiche e incisioni, ha trovato nel collage un mezzo ad hoc per esprimere con semplicità e vivacità le ricerche più profonde, come quelle descritte dal mistico nelle sue poesie.

«Avvicinandomi alle poesie di San Juan de la Cruz, ho sentito il bisogno di interpretarle attraverso l’espressione plastica, utilizzando principalmente il colore e le texture e ricorrendo alla tecnica del collage; con essa ho creato composizioni in cui predomina la verticalità, per rappresentare la trascendenza e le sensazioni che l’anima prova nel suo cammino ascendente verso l’unione con Dio», afferma Merín.

Attraverso elementi quali il punto, la linea, il piano, il colore e le texture, nelle loro diverse forme – alcune lisce e altre con impronte grafiche o pieghe per creare le diverse trame –, l’artista dà forma «alle emozioni che ho provato nella lettura meditativa delle poesie, lasciando intravedere tutto ciò che esse esprimono: movimento, luce, pace, amore appassionato, silenzio profondo, notte oscura, speranza, morte in vita, spiccare il volo. In definitiva, tutto l’ineffabile che è la ricerca di Dio così come la esprimono i nostri mistici».

Ha reinterpretato cinque poesie, di cui qui ne presentiamo quattro: «Fiamma d’amor viva», «Notte oscura», «Canti dell’anima che soffre per vedere Dio», e «Con arrimo y sin arrimo» (Senza appoggio e con appoggio).

(Per visualizzare in formato PDF i collage e le poesie, cliccare sul collage.)

María Ángeles Merín (nella foto con J.A. Marcos) ha già diverse opere precedenti su Teresa d’Avila esposte in modo permanente al CITeS.llama

Doppio centenario

La mostra è stata inaugurata nell’ambito del convegno «La mistica: Paraiso perdido o tierra prometida» e mira a «avvicinare il pubblico alla ricchezza di un’eredità che continua a illuminare il nostro tempo grazie alla forza dell’essenziale».

Nel percorso espositivo, oltre alle opere degli artisti citati, si trovano mappe concettuali, cartelloni simbolici, risorse audiovisive – uno dei pezzi centrali è una serie di 12 video basati su «Detti di luce e amore» –e approfondimenti con codici QR– che espongono in un linguaggio accessibile al visitatore di oggi –non manca un aiuto da parte dell’intelligenza artificiale– il percorso attraverso le quattro grandi opere di san Juan de la Cruz: «Salita del Monte Carmenlo», «Notte oscura dell'anima», «Fiamma d’amor viva» e «Cantico spirituale»; oltre alla selezione dei «Detti…».

La mostra si può visitare –e vi consigliamo vivamente di farlo– fino a settembre, e si inserisce anche nel doppio anniversario dedicato a San Juan de la Cruz che si celebra in questo 2026: fu canonizzato il 27 dicembre 1726; duecento anni dopo, il 24 agosto 1926, Pio XI lo proclamò dottore della Chiesa universale.

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